Hanno un senso i lavoretti?

Ogni anno avvicinandosi alle festività si ripropone il dibattito sulla produzione di lavoretti, intesi come forma di manufatti di artigianato infantile tutti uguali in cui l’intervento degli adulti è predominante rispetto al fare dei bambini, elaborati su un modello che non lascia spazio ad alcuna variante. Il termine stesso “lavoretto” è diminutivo, come a voler dire che non si tratta di un’opera, ma di un “piccolo lavoro”: piccolo in che senso? poco importante?

Se per “lavoretto” si intende prodotto in serie, uguale per tutti, preconfezionato dall’educatrice mediante il ritaglio di sagome o operazioni simili e successivo assemblaggio da parte dei bambini secondo una sequenza predefinita, allora ci si chiede: “ma qual è la sua utilità? o il suo significato?”

Alcuni rispondono a queste domande dicendo che si tratta di un modo per i genitori per toccare con mano quello che il loro bambino fa a scuola, e sostenendo che produrre qualcosa per eventi particolari fa parte dell’importanza di costruire una comunicazione fra scuola/centro educativo – famiglia.

Altri ancora che i genitori in fondo si aspettano un pensiero in occasione di certe feste “comandate”, soprattutto quando per un bambino è la prima volta.

La discussione, anche sui social e nei gruppi di educatori ed insegnanti, è rinforzata dalla pubblicazione di alcuni autorevoli pareri, come quello di Susanna Mantovani, che giudica ormai superato il classico lavoretto, bocciandone innanzitutto l’approccio formale, meccanico e prestazionale.

 

Ma è possibile dare comunque un senso, un valore educativo a questo tipo di attività, in modo da farla diventare espressione artistica che fa parte dell’apprendimento?

La stessa prof. Mantovani non critica in sè la realizzazione di elaborati realizzati in modo creativo da parte dei bambini da mostrare a casa, purchè il loro fine sia quello della documentazione di un processo, e non l’esibizione di un prodotto.

  1. Il primo passo è quello di fare attenzione a che il prodotto finale non diventi l’obiettivo. Non si tratta di dimostrare l’abilità dei bambini, e men che meno delle insegnanti.
  2. Il secondo passo è quello di evitare di dirigere l’attività in modo determinante, di dare indicazioni specifiche
  3. Il terzo passo è di considerare l’attività un’occasione per seguire gli interessi originali dei singoli bambini. La creatività c’è quando il bambino può scegliere, quando gli viene data l’occasione di rielaborare il suo vissuto, di integrare la componente sensoriale.

Il consiglio pertanto è quello di offrire ai bambini un’occasione per esprimere liberamente la loro creatività, mettendo loro a disposizione materiali destrutturati che potranno scegliere, accostare, manipolare e comporre a loro scelta, senza richieste precisa da parte degli educatori, ma sperimentando forme, colori e uno «stile» personale.

Non ci attendiamo un risultato, ma senz’altro qualcosa di unico, e perchè no, condivisibile con le famiglie: questo dà ai bambini la possibilità di rielaborare un “ricordo” del loro processo creativo raccontando a casa ciò che hanno fatto a scuola. I genitori quindi potranno attraverso il racconto del loro bambino fare domande, rivivere con il loro bambino un’attività fatta al nido o a scuola, e l’elaborato rimarrà come ricordo di tutto questo, e non come un prodotto ma come un approfondimento e una documentazione di un processo.

Magari corredato da alcuni spunti di osservazione da parte delle educatrici e insegnanti, e inserito in un processo di conoscenza, come un portfolio con foto e racconti che consentano di costruirne la memoria.

 

[foto da Pinterest]

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