La dimensione pedagogica del rischio

La Pedagogia del rischio parte dal presupposto che il rischio sia una componente essenziale di un’infanzia equilibrata, e che possano instaurarsi alleanze significative tra rischio ed educazione. Il rischio viene visto quindi come un’opportunità per la crescita dei bambini, piuttosto che un limite, e diventa un elemento che può essere pianificato in un percorso educativo.

Perché sentiamo sempre più parlare di questo approccio pedagogico?

Perché i bambini contemporanei, soprattutto quelli che vivono nelle grandi città, sembrano avere poche opportunità di sperimentare, attraverso il rischio, i punti di forza e i limiti del proprio corpo. Una volta i bambini passavano molto tempo all’ aperto, giocavano nelle strade anche negli ambienti cittadini, e questo permetteva loro di confrontarsi con un ambiente non strutturato, non messo in sicurezza. Progressivamente, nell’ottica di una ricerca di maggiore protezione, i bambini sono scomparsi dalle strade, complice anche la trasformazione dell’ambiente urbano sempre più caotico e trafficato. Siamo arrivati al limite opposto: per una maggiore sicurezza, si tende a trattenere sempre più i bambini in ambienti chiusi ( le case, le scuole) dove spesso l’ansia dell’adulto limita le esperienze all’esterno, perché percepisce la “sicurezza” del bambino come minacciata dallo stare fuori.

Ecco allora che la Pedagogia del rischio torna ad affermare quanto invece sia importante per i bambini essere sottratti dall’abbraccio soffocante dell’ iperprotezione, e l’esposizione a rischi salutari, in che consente ai bambini di apprendere e testare i propri limiti e punti di forza.

La domanda centrale che la Pedagogia del rischio si pone è la seguente:

Come possiamo aiutare i bambini a crescere nella relazione con l’ambiente, in cui si intrecciano autonomia e dipendenza, libertà e limite e anche rischio e protezione?

Questo approccio non si propone certo di esporre i bambini a dei pericoli: il pericolo è qualcosa di oggettivo, viene dall’esterno, e dal pericolo ci si deve difendere, mentre il rischio può essere qualcosa di pianificato (si parla di “rischi calcolati“). Il rischio dipende dall’ imprevedibilità dell’esperienza e può essere affrontato in base al gusto della sfida, al desiderio di mettersi alla prova, all’affermazione del proprio protagonismo.

Ellen Sandseter, professoressa al Queen Maud University College di Trondheim, specializzata nell’educazione della prima infanzia, nella sua ricerca del 2011 intitolata “Prospettive evolutive del gioco rischioso nei bambini: effetti antifobici delle esperienze emozionanti” sostiene che:

I bambini hanno una vera necessità sensoriale di provare il pericolo e l’eccitazione; questo non significa che ciò che fanno debba essere davvero pericoloso, ma solo che debbano sentire che stanno correndo un rischio. La cosa li spaventa, ma poi superano la paura.

L’ importante quindi è sostenere la naturale tendenza dei bambini nel sondare i propri limiti e quelli imposti dall’ ambiente circostante, per superarli gradualmente. In questo modo, secondo la ricercatrice, i bambini riusciranno in modo autonomo a superare le paure, ad acquisire fiducia nelle proprie capacità, rafforzando l’autostima e la fiducia nella vita.

Da quando possiamo cominciare a orientare i programmi didattici verso questo percorso educativo al rischio? Già a partire dai primi anni di vita dei bambini, e quindi dai servizi educativi 03, per poi ampliare il progetto nelle scuole dell’infanzia. L’ approccio pedagogico al rischio potrebbe diventare quindi, a pieno titolo, un elemento che può essere pianificato e inserito in un percorso educativo, rappresentando per i bambini una reale opportunità per sperimentare in chiave autentica le proprie esperienze di crescita, e per gli adulti un’occasione per promuovere contesti in cui rinsaldare l’autostima dei bambini e sostenere le loro autonomie.

Si, ma come?

Ellen Sandseter propone alcuni ambiti in cui sperimentare la pedagogia del rischio:

  • esplorare per conto proprio: lasciare liberi i bambini di scegliere, decidere dove e come indirizzare le loro esplorazioni, all’ interno come all’esterno, compresa l’esplorazione delle altezze;
  • permettere ai bambini di maneggiare e padroneggiare gradualmente attrezzi rischiosi come forbici o coltelli, martelli pesanti, cacciaviti;
  • giocare vicino a distese d’acqua o al fuoco, prendendo consapevolezza del rischio che gli elementi naturali comportano;
  • giocare a  giochi “aggressivi” naturali per i bambini;
  • giocare a giochi rischiosi, come oscillare, arrampicarsi, rotolare, sospendersi, scivolare, essenziali per le loro capacità motorie, l’equilibrio, la coordinazione e la consapevolezza del corpo.
  • sperimentare la velocità.

Qual è il ruolo degli educatori?

Il compito degli adulti (educatori, genitori, insegnanti) è quello di gestire il rischio, ovvero di progettare rischi in chiave educativa, limitandosi ad osservare i bambini mentre esplorano.

Predisporre e modificare l’ambiente il più possibile per soddisfare le esigenze di ogni bambino.

Incoraggiare e sostenere rispettando i tempi dei bambini: alcuni bambini potrebbero aver bisogno di più tempo per sentirsi sicuri.


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