Lavorare al nido: dalla Lombardia alla Nuova Zelanda

nido in nuova zelandaPubblichiamo la storia e il reportage di Alessandra, una affezionata corsista di Zeroseiplanet che ha fatto una scelta coraggiosa: trasferirsi in Nuova Zelanda e lavorare in un asilo nido neozelandese!
Vi racconto la mia storia. Sono Alessandra, ho 29 anni e sono nata nella provincia di Varese. Ho condotto i miei studi all’Università di Milano e ho avuto la fortuna di avere diverse esperienze lavorative nei servizi della prima infanzia e non, sia comunali che privati.
A novembre 2015 ho deciso di mettere in discussione la mia vita e di voler fare un’esperienza all’estero, in modo da comparare la mia modalità educativa e il mio sapere con qualcosa di totalmente nuovo.
In Nuova Zelanda ho avuto la fortuna di trovare lavoro, in meno di un mese, in una scuola dell’infanzia vicino alla città di Auckland ed eccomi qui a condividere con voi la mia esperienza, che sta continuando.
In questo paese quando si parla di asili nido o scuole materne si usa il termine “Childcare Centre” oppure, termine ancora più comune, “Kindergarten”: si tratta di strutture presenti sul territorio che accolgono bambini dai 3 mesi ai 5 anni e li accompagnano nel passaggio con la scuola primaria, che avviene il giorno seguente al compimento dei 5 anni di età.
La struttura a cui faccio riferimento è un childcare centre ed è suddivisa in tre sezione: baby room (3 mesi-2 anni), blossom room (2 anni- 3 anni) e busy bee room (3 anni- 5 anni). In quest’ultima saletta, vi sono presenti due gruppi di riferimento, ovvero i bambini di 3-4 anni e quelli prossimi alle elementari. Ogni saletta ha la sua sede con lo spazio esterno personalizzato, non esiste una condivisione degli spazi.
La giornata viene scandita da tre principali momenti, che possono rientrare nell’unica routine presente nel servizio, ovvero quella legata ai pasti: lo spuntino mattutino delle 9.00, il pranzo alle 12.00 e la merenda pomeridiana alle 15.00. Gli orari cambiano in base alle esigenze dei bambini presenti in saletta, per la baby room viene anticipato il pranzo di un’ora e di mezz’ora invece per la blossom room. La cucina è presente nel servizio, ma si predilige la famosissima “Lunch-box” a partire dai 3 anni di età, mentre per quelli più piccoli è presente un menù differente preparato dalla cuoca, in loco.
Non essendoci un momento dedicato all’accoglienza, i bambini possono essere accompagnati dai genitori anche alle undici della mattina, come all’una dopo il pranzo, per trascorrere solo qualche ora nel servizio.
Questo implica un pagamento differente nella retta: ogni giorno il genitore,  quando entra nel servizio per accompagnare il proprio bambino e quando ritorna per il momento del ricongiungimento, firma il registro presente in saletta, specificando gli orari di entrata e di uscita. In questo modo, la manager riesce a calcolare la retta sulla base delle ore effettive del bambino al nido.
Non esiste neanche una programmazione settimanale, mensile o annuale: le maestre, così chiamate e riconosciute in questo paese, dispongono di un unico fondamentale strumento di lavoro, ovvero l’osservazione. Grazie a questa, si costruisce la programmazione quotidiana con i bambini, che si evolve di giorno in giorno sulla base degli interessi mostrati alle maestre, verbalmente e non.
Un altro momento di fondamentale importanza viene rivestito dal “Mat-time”, ovvero il ritrovo dei bambini sul tappeto dove la maestra conduce un’attività come ad esempio la lettura di un libro, il canto di una canzone, il racconto di una storia e viene richiesta la partecipazione dei bambini in maniera molto attiva.
Il rapporto numerico fra maestra e bambini dipende dalla saletta, nello specifico è di 1-4/5 per i più piccoli, 1-8 per i semi-divezzi e 1-10 per i più grandi. La maestra viene riconosciuta dai bambini e dalle famiglie come colei che, non solo si prende cura, ma che trasmette le regole in maniera autorevole e predilige un linguaggio attento e consapevole.
In questo paese la popolazione si suddivide in persone native, soprannominate “kiwi” e in altre appartenenti alla cultura Maori, ovvero la cultura vigente che li rende orgogliosi della loro storia; infatti, già dalla prima infanzia, nelle scuole viene insegnato ai bambini la lingua tradizionale “Maori”. Si inizia dai numeri, dai colori e dai nomi degli animali nei kindergarten, per continuare alle elementari con l’acquisizione di un vocabolario più complesso. In questo modo, la loro cultura rimane viva e viene trasmessa nel tempo alle nuove generazioni.
Il modello educativo presente fa riferimento all’approccio Montessori, dove si parla di bambino competente e autonomo. Infatti, le maestre puntano allo sviluppo dell’autonomia fin da quando sono piccoli, come ad esempio tenersi il biberon, mangiare aiutandosi con le mani, addormentarsi da soli e mettersi le scarpe senza l’aiuto dell’adulto. La maestra, come sottolineano spesso loro stesse, supervisiona il fare dei bambini, non lo invade e non si sostituisce. Il loro compito principale è quello di cogliere i loro interessi e di riproporli mediante giochi ed attività, in modo da permettere lo sviluppo delle loro capacità (cognitive, motorie, linguistiche e relazionali).
Si parla quindi di bambino “libero” nel vero senso della parola, è il protagonista principale della giornata e sceglie, in maniera autonoma, l’attività da svolgere e il tempo da dedicare ad essa, con la possibilità di cambiare sempre quando vuole e quando ne sente la necessità. A tal proposito, viene lasciato a disposizione lo spazio esterno, comprensivo di giardino e di parte asfaltata, per giocare e sperimentare con gli amici; le maestre lo allestiscono ogni giorno con proposte differenti, quali biciclette, percorso motorio, palle, dinosauri sul tappeto, gioco con la sabbia e molto altro ancora. Il gioco con l’acqua è sempre presente, cambia solo il formato con il quale viene proposto, ovvero vaschetta poste a terra oppure sollevate da apposito sostegno: i genitori preparano solitamente due cambi completi nello zaino del figlio, in modo tale da tornare a casa con i vestiti asciutti.
Chi invece preferisce stare all’interno della struttura ha a disposizione tre tavoli, gli stessi dove si consumano i pasti, con tre differenti attività, come ad esempio il ritaglio, gli incastri, il disegno, l’incollo, la pasta di sale.
Vi è la possibilità all’interno della struttura di far dormire i bambini: per la baby room vi è una saletta apposita dedicata al sonno, mentre per le altre due salette vengono usati dei materassini che, una volta posti a terra, sono pronti per accogliere chi sceglie di andare a dormire; anche in questo caso la maestra domanda se qualcuno ha voglia di rilassarsi e di riposarsi e sono i bambini a scegliere se farlo oppure no; sono rari i casi in cui è il genitore a chiedere il sonnellino per il proprio figlio, poiché solitamente si sanno regolare molto bene da soli.
Le differenze con i servizi finora incontrati in Italia sono molte, ma ho piena consapevolezza del fatto che la Nuova Zelanda, per cultura e storia, non può che proporre modalità nuove e grandi spunti di riflessione.
Grazie Nuova Zelanda perché mi stai concedendo il lusso di liberarmi da tutti quei pre-concetti e limiti che impediscono al fare educativo, molto spesso, di esplodere e stai permettendo a me stessa, una semplice educatrice, di vedere risorse e possibilità nell’incontro con il nuovo.
Alessandra
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