Parlate ai bambini della morte

di Dott.ssa Parimbelli Giovanna
E’ morto? Perché?
“Un dolore così, dolore dell’anima, non si elimina con medicine, terapie o vacanze, un dolore così lo si soffre,  semplicemente fino in fondo, senza attenuanti, com’è giusto che sia.”
Isabel Allende
Siamo stati catapultati bruscamente in una realtà che nemmeno i film più Fantascientifici si potevano immaginare o ipotizzare come sceneggiatura. Siamo in un girone dell’inferno, dove ogni giorno siamo di fronte a spaccati di caos, incertezza, paura, incredulità e morte.
Ma veniamo da anni di vita sociale in cui la morte era un tabù, riguardava sempre qualcuno lontano, spesso spettacolarizzata che non trovava concretezza nella vita quotidiana, la morte avesse una vita parallela tra social e media, forse perché la morte è stata a lungo vista come la sconfitta per la medicina e la tecnologia in una società che al contrario si erge su infallibilità e supremazia costanti.
Abbiamo trattato la morte come se non fosse niente, o peggio ancora invisibile. Ognuno di noi quando ha sfiorato un lutto ha messo in atto strategie per proteggersi ma tutti abbiamo compreso come inevitabilmente l’angoscia di una perdita persiste, perché la morte fa parte della nostra vita.
Non serve ora analizzare la causa di questa bonificazione del dolore, perché ci spaventava così tanto da chiuderla in vite virtuali e parallele, ma è evidente a tutti come solo alcuni decenni fa la morte era considerata per quello che è: un evento naturale, frequente, talvolta violento e traumatico, che fa parte della vita. In passato la morte veniva “semplicemente” condivisa in famiglia, compresi i bambini , e ancora tra la cerchia degli amici, ci si univa per attraversare il dolore, un dolore che se si riesce ad esperire e integrare è capace di rafforzare legami familiari e amicali.
Ciò che è invece accaduto negli ultimi anni, è guardare solo all’aspetto doloroso del lutto e per questo gli adulti hanno deciso di proteggere i più piccoli tenendoli fuori.
Educatori, professionisti, genitori sono stati pronti ad educare all’affettività i propri bambini/ragazzi, ma quando si è trattato di lutto non siamo stati altrettanto preparati. Abbiamo cresciuto generazioni di bambini/ ragazzi ricchi di nozioni e di informazioni tra riscaldamento del pianeta e capitali di Stati lontanissimi persino in diverse lingue, ma noi li abbiamo preparati se non in modo edulcorato e fuorviato alla morte di una caro, di un amico, che così arriva nelle loro vite in modo improvviso e li trova del tutto impreparati e spaesati.
Ma la condizione oggi, dettata da un agente invisibile e mortale, ci proietta in una nuova dimensione nella quale le regole precedenti non valgono più.
Spesso mi sento chiedere a che età sia giusto spiegare la morte, oggi più che mai deve divenire qualcosa del nostro quotidiano, perché essere piccoli non significa essere incapaci e non c’è mai un’età per essere pronti alla morte per come noi adulti pensiamo, soprattutto se non la conosciamo.
I bambini hanno bisogno di autenticità, di rispetto, di verità, di fiducia per dare un senso a quello che sta accadendo intorno a loro, così da ritrovare la sicurezza e la fiducia per continuare a crescere.
Mai come in questi giorni i bambini hanno bisogno di parole chiare semplici di qualità, che possono aiutarli a lenire un evento drammatico come la morte di una persona cara.
Alcuni intendono il lutto come una malattia da curare, ma in realtà il lutto è il tempo doloroso della vita legata alla perdita, sono piuttosto le soluzioni trovate per affrontarlo che possono rivelarsi problematiche, e far finta di nulla è tra questi.
Mai come in questi giorni non c’è casa che non sia stata toccata da qualche lutto, riguarda tutti senza distinzione, a qualsiasi gruppo si appartenga, senza differenze di età, di nazionalità.
Noi come adulti potremo parlare della morte in tranquillità solo se abbiamo noi stessi raggiunto un buon equilibrio interiore che ci fa accettare la condizione umana in tutti suoi aspetti, ma situazioni drammatiche e di enorme entità come quello che ci sta travolgendo, ci rende in qualche modo tutti poco preparati, non sappiamo parlarne e fatichiamo ad ammetterla per come è: una realtà di fatto.
Mi permetto di citare John Bowlby, grande esperto dei rapporti di attaccamento separazione, il quale affermava che
“ non è possibile elaborare completamente un lutto senza la presenza di un’altra persona”
Questo dovremmo tenerlo presente, di come nelle situazioni difficili siano importante ed efficaci rapporti affettivi basati sul dialogo e l’apertura.
Siamo erroneamente convinti che i bambini siano esterni al percepire la morte, in realtà soprattutto oggi incontrano continuamente questo tema “pescando qua e là” da conversazioni di adulti, e soprattutto dalle immagini costanti sui nostri televisori, ai quali assistono indifesi perché gli adulti sono convinti che siano concentrati in altro.
La questione quindi non è se i bambini debbano essere educati alla morte ma come educarli, quali sia il modo più utile e credibile.
I bambini sono costantemente alla ricerca di conoscenza e di significato di tutto ciò che li circonda e come genitori ed educatori spesso ci troviamo a rispondere a domande quali da dove vengo ? dov’ero prima di trovarmi nella pancia della mamma?, ma anche domande che mettono noi adulti ancor più in difficoltà: perché si muore? dove si va quando si muore?
Può spaventare ed apparire strano ma parlare della morte è un discorso che aiuta a crescere.
È importante oggi più che mai preavvisare, annunciare l’arrivo della morte, permettendo anche ai figli di piangere delle perdite che hanno così drasticamente alterato la loro vita.
Come genitori in prima linea, e noi educatori/ professionisti restando a disposizione per eventuali sostegni confronti, supporti, dobbiamo avere un atteggiamento sincero e aperto verso la morte utilizzando un linguaggio corretto e privo di eufemismi: dire ad un bambino che il nonno è andato via lo proietterò nell’attesa di un ritorno, vanno spiegate le cose come stanno, con amore, sincerità e tanta delicatezza.
Hanno bisogno della conferma della reale morte della persona cara altrimenti passeranno mesi o anni alla ricerca e all’attesa del ritorno, peggio ancora potrebbero pensare che la persona che amano ha semplicemente scelto di andar via da loro perché essi hanno fatto qualcosa di sbagliato.
Occorre mettersi nell’ottica di chiedere al bambino se ha capito o se ha bisogno di ulteriori spiegazioni può essere utile utilizzare dei libri che parlino della morte, creare occasioni per educare alla morte, dove la morte è assenza dalla vita per cui si può piangere e si può essere tristi, cercando un momento della giornata per parlare dell’assenza della persona, e soprattutto mostrando noi adulti le nostre fragilità, i nostri dolori con sufficiente equilibrio.
Fondamentale è senz’altro l’uso di un registro linguistico non specialistico ma colloquiale cioè quello che accompagna la quotidianità banale, normale della vita.
Non lasciamo da solo il bambino con il proprio dolore o con la presupposta assenza di dolore, se noi abbiamo mostrato soltanto una bonifica del dolore i nostri figli avranno imparato a fare altrettanto e non si concederanno il lusso di piangere. I bambini hanno bisogno di sapere che a loro non sì mente, che non saranno all’oscuro di cose importanti, questa consapevolezza li proteggerà da un’ansia incessante, se siamo sinceri e diretti con i bambini sapranno che anche nel dolore possono contare su persone disponibili e degno di fiducia.
Questo senso di sicurezza è fondamentale in un momento in cui un bambino, ma aggiungerei anche un adulto sta affrontando una perdita.
Noi adulti dobbiamo capire che le emozioni anche quelle che erroneamente riteniamo negative perché ci fanno sentire impotenti devono essere manifestate, il bambino che potrà piangere liberamente per la perdita di un caro si sentirà amato, da un amore sincero, e con il tempo scoprirà che da questo dolore si emerge.
Dobbiamo saper ascoltare le loro risposte emotive ascoltare anche i loro silenzi ed accettarli, farli partecipare ai riti e alle emozioni dell’intera famiglia.
Un altro punto fondamentale è che l’idea di parlare della morte sia condivisa da entrambi genitori in modo che il bambino non si trovi di fronte a contraddizioni, raccontando la stessa versione per evitare il più possibile incomprensioni. L’importante e non rifiutare mai un sincero colloquio o risposte a domande complesse, tenere un atteggiamento positivo lasciandosi portare dalle domande che il bambino eventualmente farà, non dare risposte troppo vaghe o non chiare.
Uno dei sentimenti che spesso domina la perdita di una persona cara è la rabbia che diventa come un tornado che acquisisce forza e colpisce anche loro stessi, per questo i bambini vanno aiutati a manifestarla liberamente e a gestirla, senza giudizio ma accogliendola. Ma c’è anche il senso di colpa, la preoccupazione che accada ad altri, la paura.
Stare accanto a loro durante attività quotidiane restando in ascolto attivo e attento, così potrà accadere che tra una costruzione e l’altra si aprano, oppure durante un disegno sentano la necessità di tradurre in traccia le proprie emozioni, è importante che restiamo al loro fianco.
“Non bisogna aspettare che la morte si verifichi per iniziare educare i propri figli all’elemento che tutti ci accomuna: la mortalità “(Fitzgerald)
Questa affermazione oggi più che mai è importante, per questo mai come ora è fondamentale educare i nostri figli alla morte, anche se ci fa paura.
Qualche giorno fa una mamma mi ha scritto questo dialogo e mi ha chiesto se avesse fatto bene, beh l’ho ringraziata per avermi reso partecipe di un dialogo autentico e vero, ha arricchito me nessun bisogno di ulteriori consigli.
A 4,5 anni : “dov’è andata la nonna?”
Md. “E’ morta, non c’è più?”
A “Cosa vuol dire più?”
Md. “che non la vedremo più”
A “perché?”
Md “perché la vita va così, la nonna era molto molto malata”
A “come quando ho la febbre?”
Md. “Noooo molto molto di più, ed io sono molto triste e mi viene da piangere”
A “piangiamo insieme?”
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