Un educatore al nido

La madre, la donna è la sensorialità, la corporeità, mentre l’uomo, il maschio, il padre, porta la spiritualità.
Sigmund Freud
Il personale maschile nei servizi per l’infanzia è sempre stato una rarità: da sempre la professione di educatrice è considerata appannaggio delle donne. Oggi però non è più così: a partire dalle nazioni europee del nord, la presenza di educatori maschi sta diventando sempre più significativa.
Basti pensare, ad esempio, che in Inghilterra Il famoso Norland College di Bath, una delle scuole più famose al mondo per la formazione nella puericultura, ha accolto già dal 2012 il suo primo studente maschio.
Anche in Germania sta aumentando il numero di uomini che negli asili nido si occupano in prima persona dei bambini: secondo una recente statistica governativa, il numero di maschi negli staff educativi tedeschi sarebbe di ben 11.000 circa, il 3% del totale di educatori per la prima infanzia.
E in Italia? Perché ci sono così pochi uomini che si occupano concretamente e direttamente di bambini e di infanzia? Sarà per la persistenza nel nostro paese di stereotipi di ruolo, che dividono le carriere di chi si occupa di infanzia: femmine ai ruoli educativi e di cura e maschi ai ruoli direttivi o di insegnamento superiore?
Eppure anche da noi qualcosa sta cambiando. Già una quindicina di anni fa, visitando i nidi a Reggio Emilia, capitava di incontrare qualche educatore maschio. Recentemente il fenomeno si è allargato e non è più così strano, soprattutto nelle regioni  del nord, trovare educatori maschi nei nidi e nelle scuole dell’infanzia. Anzi: recentemente si cercano proprio professionalità maschili in grado di arricchire con il loro apporto l’equipe educativa.
Ma che cosa ci si aspetta dalla presenza di una figura educativa maschile ? Quali aspettative si addensano ? E quale idea di maschile viene messa in gioco ?
Ne abbiamo parlato con Iacopo Mutterle, un educatore del nido “Il nespolo blu” di Sarego, in provincia di Vicenza.
Iacopo Mutterle,  28 anni, Vicenza
All’inizio, avrò avuto 13-14 anni, durante le vacanze estive mi sono trovato a passare del tempo con una famiglia di vicini. In questa famiglia c’erano dei bambini più piccoli di me, e subito ho cominciato a farli giocare, a passare del tempo con loro, e mi sono accorto che ero portato a fare l’intrattenitore, l’animatore, mi trovavo a mio agio.
Arrivato il momento di scegliere l’indirizzo per le superiori ho pensato, sostenuto dalla mia famiglia, di prendere un indirizzo professionale rivolto al sociale. Durante gli anni della scuola ho avuto modo di svolgere tanti tirocini in molti ambiti del sociale, dell’assistenza agli anziani, ai portatori di handicap, all’asilo nido. Le esperienze di tirocinio nei nidi mi hanno definitivamente fatto capire quale sarebbe stata la mia strada: volevo diventare educatore! È così è stato.
Ormai lavoro da 10 anni in questo settore, e devo dire che sono pienamente soddisfatto della mia scelta!
Com’è lavorare in un ambiente quasi completamente al femminile?
Diciamo che non sempre è rose e fiori. Ci sono stati momenti in cui lavorare in equipe con sensibilità diverse dalla mia ha comportato una buona dose di adattamento e comprensione reciproca. Le difficoltà nascono sia dalle differenze caratteriali (ma quelle non dipendono dal genere) ma anche dalle inevitabili differenze di ruolo e di atteggiamento, e da piccole gelosie che magari si instaurano se i rapporti con i genitori tendono a privilegiare una persona piuttosto che un’altra.
Ai papà che mi dicono “Beato te che lavori in mezzo alle donne!” A volte rispondo scherzosamente: “Dipende! Pensate come può essere passare tutta la giornata con 10 donne…”
Io ho un modo giocoso di buttarmi per terra con i bambini, sono meno perfezionista su alcuni aspetti ma fortunatamente mi compenso con le mie colleghe, che a loro volta traggono vantaggio dal mio modo di educare.
Con i genitori ho da sempre rapporti ottimi, sia con i papà,  con i quali magari condivido passioni come quella del calcio, sia con le mamme che quando “sentono” a pelle il rapporto disteso e giocoso che ho con i loro figli, sono sempre più fiduciose nei miei confronti.
Insomma, mai nessuno che mi abbia rivolto la fatidica domanda: “Ma lei lo sa cambiare un pannolino?”
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