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Nel lavoro educativo con bambine e bambini tra i 2 e i 6 anni, capita spesso di incontrare qualcuno che “non sta fermo un attimo”, che “fa fatica a rispettare i turni”, che “non ascolta le consegne”, oppure che “passa da un’attività all’altra senza mai concludere”.

A volte si accende un sospetto: potrebbe trattarsi di un disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD)? Forse sì. Ma nella maggior parte dei casi, una diagnosi non c’è ancora, oppure non può essere formulata in modo precoce con certezza.

E allora, cosa può fare un educatore? La risposta è: molto.

Senza etichettare, senza fare diagnosi, ma agendo con consapevolezza educativa, attenzione professionale e cura.

Il Parent Training – percorso proposto da Vio, Marzocchi e Offredi – prevede una serie di momenti fondamentali per costruire un intervento efficace, ma anche in assenza di diagnosi, quei principi possono guidare il lavoro di nidi, scuole dell’infanzia e famiglie in modo estremamente utile.

Il primo passo è l’osservazione strutturata e condivisa.

Non si tratta di decidere se un bambino “ha l’ADHD” o no, ma di riconoscere se mostra comportamenti persistenti di disattenzione, impulsività, difficoltà nella regolazione emotiva e motoria.

Gli educatori non sono chiamati a diagnosticare, ma a osservare, documentare e descrivere con precisione. In questo senso, l’uso di griglie osservative, diari di bordo e momenti di confronto tra colleghi – con il supporto del coordinatore pedagogico – permette di raccogliere elementi importanti da condividere con la famiglia. È essenziale che questa comunicazione sia non giudicante: non si tratta di “segnalare un problema”, ma di dire “ci sono comportamenti che ci interrogano, osserviamoli insieme”.

Quando la famiglia è coinvolta in modo rispettoso, spesso emerge un quadro più ricco: magari i comportamenti si presentano anche a casa, o solo in certi contesti. È in questo momento che il lavoro educativo si fa davvero prezioso: non serve una diagnosi per iniziare ad agire. Serve una relazione educativa intenzionale, serve una struttura chiara, servono strategie condivise.

Una delle strategie centrali suggerite anche nei programmi di Parent Training è quella di modificare il contesto prima ancora di chiedere al bambino di modificare sé stesso. Questo significa, ad esempio, ridurre i tempi morti nella giornata educativa, rendere le regole visibili e comprensibili, offrire routine stabili e anticipazioni visive, suddividere le attività in fasi brevi e gratificanti, valorizzare i comportamenti positivi con feedback immediati.

In una sezione della scuola dell’infanzia, ad esempio, l’equipe nota che un bambino mostra spesso agitazione al momento del cambio attività. Grazie alla proposta della coordinatrice, si decide di introdurre una sequenza di immagini plastificate che rappresentano i momenti della giornata. Ogni volta che si cambia attività, l’educatrice sposta l’immagine e dà un piccolo segnale verbale: “Adesso andiamo in giardino”. Dopo due settimane, il bambino ha ridotto gli scoppi di rabbia e sembra più sereno nei passaggi. Nessuno ha parlato di diagnosi, ma il bisogno educativo è stato colto e accompagnato.

Il ruolo del coordinatore pedagogico in tutto questo è fondamentale. È lui o lei a facilitare la riflessione nel gruppo educativo, a evitare semplificazioni (“è un bambino difficile”) e a orientare lo sguardo verso una comprensione funzionale del comportamento. Inoltre, il coordinatore può essere il ponte con eventuali consulenti esterni, servizi territoriali o neuropsichiatri infantili, qualora si decida – insieme alla famiglia – di approfondire.

Un altro aspetto centrale è la coerenza educativa tra casa, nido e scuola dell’infanzia. Anche senza un’etichetta diagnostica, bambini e bambine hanno bisogno di un messaggio unitario, di adulti che usano lo stesso linguaggio, che condividono le aspettative, che non si contraddicono. Questo può avvenire solo se si costruisce un’alleanza educativa reale. Incontri di restituzione con le famiglie, momenti informali di scambio quotidiano, ma anche piccoli strumenti pratici (come una “scheda delle strategie efficaci” condivisa) aiutano molto.

PER SAPERNE DI PIU’:

IPERATTIVITA’ E DEFICIT DI ATTENZIONE AL NIDO E ALLA SCUOLA DELL’INFANZIA

Un corso di approfondimento per Educatori e Coordinatori di servizi educativi.

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